Le conseguenze a lungo termine della crisi di Hormuz
La chiusura dello Stretto potrebbe ridisegnare le rotte energetiche, accelerare la mobilità elettrica e mettere in crisi i Paesi più esposti. Dopo l’Asia è l’Europa a soffrire di più il caro energia.
La chiusura dello Stretto di Hormuz sta producendo uno shock che va ben oltre il teatro militare. È qui, in uno dei passaggi energetici più cruciali al mondo, che si concentra una quota rilevante delle forniture globali di petrolio e gas. Il blocco innescato dal conflitto rischia di trasformarsi in una crisi economica e finanziaria di ampia portata.
Secondo le stime riportate dall’Economist, circa il 15% delle forniture petrolifere mondiali è stato interrotto. I mercati hanno già reagito con un aumento dei prezzi (leggermente rientrato dopo l’annuncio di presunti colloqui di pace tra Usa e Iran), segnalando che le scorte potrebbero non essere sufficienti a compensare una chiusura prolungata. Neanche il tentativo dell’Agenzia Internazionale dell'Energia, che ha annunciato il rilascio fino a 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, sarà in grado di contenere gli effetti. Se il blocco dovesse infatti estendersi, anche solo fino alla fine del mese, il prezzo del greggio potrebbe sfondare quota 150 dollari e addirittura salire intorno ai 200 al barile.
Circa un quinto delle spedizioni mondiali di gas naturale liquefatto (Gnl) è stato inoltre interrotto, con effetti a catena su diverse materie prime. I fertilizzanti, prodotti proprio a partire dal gas, stanno registrando rincari marcati, alimentando timori di future carenze alimentari. Anche lo zolfo, sottoprodotto della raffinazione petrolifera, è diventato più costoso, con ripercussioni indirette sul mercato del rame.
Quando le app diventano armi di guerra
Una piattaforma di preghiera è stata hackerata durante gli attacchi contro l’Iran. Secondo gli esperti gli smartphone potrebbero diventare i nuovi strumenti dei conflitti ibridi.
Quando l’offerta globale di energia si riduce, i più poveri ne soffrono maggiormente. Per capire chi è maggiormente vulnerabile e rischia di subire impatti consistenti, occorre guardare a due dimensioni: l’esposizione allo shock energetico e la capacità di assorbirlo. La combinazione di questi due fattori delinea una mappa dei mercati emergenti maggiormente a rischio. La Giordania si colloca tra i Paesi più esposti e meno protetti, anche se i suoi stretti legami con alleati occidentali e donatori del Golfo potrebbero facilitarne il sostegno in caso di emergenza. Subito dopo compaiono Pakistan ed Egitto, colpiti su entrambi i fronti: il Pakistan spende il 4% del Pil per le importazioni di petrolio e gas, quasi interamente provenienti dal Medio Oriente; l’Egitto ne spende il 3% e ottiene dalla regione circa la metà delle sue forniture. Anche Bangladesh e Sri Lanka figurano nella lista dei Paesi vulnerabili, nonostante una dipendenza energetica più moderata.
Altri Stati risultano fortemente esposti ma meglio preparati ad assorbire lo shock: l’India, per esempio, spende circa il 3% del Pil per l’energia importata, metà della quale arriva dal Medio Oriente, ma può contare su riserve energetiche robuste.
L’impatto della crisi non sarà uniforme neppure tra le economie avanzate. Gli Stati Uniti oggi sono meno esposti rispetto al passato: dal 2019 sono esportatori netti di energia e, grazie al boom del fracking – una tecnica per estrarre idrocarburi da rocce di scisto ad altissimo impatto ambientale –, hanno ridotto la dipendenza del Pil dal petrolio. Tuttavia, l’aumento dei prezzi si sta già facendo sentire sui consumatori: il costo della benzina, particolarmente sensibile alle oscillazioni del greggio per via della bassa tassazione, è salito di quasi il 20% dall’inizio della guerra. In Europa, invece, il rischio è più elevato. Dopo il tentativo di affrancarsi dal gas russo, il continente ha incrementato la dipendenza dal Gnl. Per l’Economist uno shock paragonabile a quello del 2022 – quando i prezzi superarono i 300 euro per megawattora e l’inflazione volò oltre l’11% – per ora appare improbabile, ma Goldman Sachs avverte: se le interruzioni dovessero protrarsi per cinque settimane, l’inflazione europea potrebbe aumentare di quasi un punto percentuale nel prossimo anno.
Ancora più esposte risultano le economie asiatiche. Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono dal Golfo per il 40%-80% del petrolio trasportato via mare e per una quota significativa del loro Gnl. Nel 2025 l’Asia ha assorbito quasi tutte le forniture in transito nello Stretto. Pechino, pur essendo il principale importatore mondiale con oltre 11 milioni di barili al giorno, dispone di scorte capaci di coprire più di cento giorni di importazioni di greggio e oltre 40 di Gnl. Il governo sta inoltre intervenendo per rafforzare l’offerta interna, limitando le esportazioni di carburanti ed esercitando un controllo diretto sui prezzi.
Nel frattempo, la crisi energetica causata dal conflitto sta accelerando un effetto collaterale inatteso: la crescita dell’interesse verso i veicoli elettrici. I produttori asiatici, in particolare i colossi cinesi come BYD e i nuovi attori del Sud-Est asiatico come la vietnamita VinFast, sembrano i principali beneficiari dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Sebbene i dati ufficiali sulle vendite di marzo – il primo mese intero dall’inizio della guerra – non siano ancora stati pubblicati, Bloomberg sottolinea che i primi segnali mostrano un incremento della domanda nella regione del Pacifico, dove fino a poche settimane fa arrivava circa l’80% del greggio transitato dallo Stretto.
Infine, le ripercussioni si faranno sentire anche nei trasporti globali. Il Medio Oriente è diventato negli anni un nodo centrale del traffico aereo internazionale, ma la guerra sta complicando ulteriormente le rotte, già costrette ad aggirare lo spazio aereo russo dopo l’invasione dell’Ucraina. Le compagnie ora devono evitare ulteriori aree di tensione, aumentando tempi di volo e consumi di carburante. Il segmento dell’aviazione è tra i più colpiti: circa il 20% del carburante per aerei transita attraverso Hormuz e i prezzi sono più che raddoppiati, arrivando a sfiorare i 190 dollari al barile. Le compagnie low cost risultano così particolarmente vulnerabili, dato che il carburante pesa per un terzo dei loro costi operativi, contro un quinto delle compagnie tradizionali.
Nel complesso, la crisi dello Stretto di Hormuz si configura come uno shock sistemico, capace di propagarsi dall’energia all’intera economia globale, amplificando fragilità già esistenti e aprendo vecchi e nuovi scenari di instabilità.
Copertina: Getty Images/unsplash